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La respirazione circolare |
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Per gli appassionati di strumenti a fiato
La respirazione circolare
di Claudio Ricciardi
Pubblicato su World Music numero 53 del 2002. La tecnica della respirazione circolare consente di emettere un suono continuo, suonando uno strumento a fiato. Viene utilizzata da musicisti di ogni latitudine ed in contesti che spaziano dalla musica etnica alla contemporanea, al jazz. Gli articoli che seguono introducono gli elementi fondamentali di questa tecnica - che chiunque può imparare - e passano in rassegna gli strumenti con i quali ottenere un flusso sonoro senza pause.
La respirazione circolare, detta anche respirazione a fiato continuo, sembra immersa in un alone di mistero e generalmente la nostra prima reazione, quando veniamo a sapere di questa possibilità, è di incredulità seguita da una proposizione di impossibilità a praticarla. Naturalmente tutto ciò va al di là di concezioni mistiche od esoteriche, dato che è semplicemente una tecnica che tutti possono imparare. Inoltre è anche utile osservare che il tutto si basa su un trucco, se possiamo usare questo termine, in quanto non c’è niente di circolare, ma che semplicemente nel momento che inaliamo l’aria dal naso utilizziamo per poco più di un secondo l’aria residua presente nelle nostre guance. Facciamo cioè diventare la nostra bocca una piccola riserva d’aria come l’otre della zampogna o della cornamusa ed in questo modo riusciamo a produrre un suono che non si spezza mai. Silvestro Baglioni, direttore dell’Istituto di fisiologia umana dell’Università di Roma nel 1918, è l’unico fisiologo, a mia conoscenza, che si è interessato di questa tecnica eseguendo un esame della fisiologia respiratoria di Francesco Piga durante l’esecuzione con le launeddas. Egli riporta inoltre in una dichiarazione che “il Piga mi confessava che egli all’inizio della sua professione per circa dieci anni non era riuscito, per quanti sforzi e tentativi facesse, ad imparare a respirare senza interrompere il suono. Un bel giorno ad un tratto ne divenne padrone”. In una nota del libro a cura di Leydi e Guizzi, dove si trova ripubblicato il lavoro di Baglioni, si fa giustamente notare come l’atteggiamento di fronte all’estraneo intervistatore fosse dovuto al fatto che “quasi tutti i suonatori e costruttori popolari tendono a miticizzare vari aspetti del loro mestiere. Non è infatti logico che Piga abbia fatto il professionista senza saper respirare a fiato continuo e che a questo traguardo sia giunto quasi d’improvviso. In realtà esistono metodi didattici tradizionali per insegnare e imparare la respirazione continua, tecnica che, oltre tutto, non presenta quelle difficoltà pressochè insormontabili che spesso i suonatori vogliono far credere. Oggi diversi musicisti di jazz la usano tranquillamente” (Leydi, R. e Guizzi, F., 1994). Infatti, musicisti come i trombettisti Howard Leather, Clark Terry e Maynard Ferguson, i trombonisti Urbie Green, Bill Watrous, Stuart Dempster, Scott Irvine (suonatore di tuba), i sassofonisti Grover Washington jr., Sonny Rollins, Don Menza, James Moody, Evan Parker, Eugenio Colombo, Roberto Laneri, Gianni Gebbia per citarne solo alcuni, l’hanno utilizzata e la utilizzano mostrando capacità notevoli di gestione della tecnica. Il fatto interessante nel praticare questa tecnica suonando, per esempio, il didgeridoo è che la presa di aria che tende a modificare il timbro del suono prodotto, entra a tutti gli effetti nella circolarità del suono e del ritmo che si esegue divenendo parte integrante degli elementi della costruzione musicale che si sta eseguendo. Migliorando la tecnica e suonando lentamente si può evitare di far sentire la presa del fiato rendendo il suono continuo senza interruzioni ritmiche. Inoltre la tecnica può essere usata anche in altro modo e cioè non circolarmente insieme al ritmo, ma prendendo un lungo respiro iniziale e cominciando a suonare senza respirare come con gli altri strumenti a fiato, ed usando la tecnica, senza interrompere il suono, solamente quando serve l’aria che è finita nei polmoni. La descrizione della tecnica, i tentativi di praticarla, le difficoltà incontrate, ed il particolare significato che la musica assume “ascoltando l’ “altro lato” da “questo lato”, sono riferite dall’antropologo canadese David H. Turner, che dal 1970 per circa trent’anni è vissuto ed ha studiato la musica degli aborigeni nei territori del nord a Groote Eyland e Bickerton Island.
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